Non ci si pensa, ma alcuni lavori sono più inclini di altri a procurare fama a chi li esercita. Basti pensare ai nomi delle strade, dove politici e condottieri fanno la parte del leone, mentre chi magari proprio in Via Mazzini o in Largo Garibaldi ha timbrato il cartellino per una vita, difficilmente avrà intitolato qualcosa in più di una lapide in un cimitero pagata dai familiari. Per di più da tutt’altra parte, a meno che non facesse proprio il becchino.

Immagino siano i politici che decidono a chi dedicare le strade, visto che molti di loro hanno fior di monumenti, viali e piazze anche solo per il fatto di essere morti senza prima essere stati arrestati. Già questo rende un politico una persona straordinaria, degna di avere il proprio nome inciso nel marmo in uno spazio pubblico. Se a decidere a chi dedicare un corso fossero non i politici ma, che so, i pasticceri o i lattonieri, facilmente vedremo altri nomi, tipo l’inventore della torta sbrisolona, o colui che ha posato le grondaie sullo Skyway del Monte Bianco.

Il fatto oggettivo è che i politici tendono a premiare i morti della propria categoria, probabilmente nella speranza che la tradizione continui quando arriva il loro turno. Per una persona comune, l’unica speranza di essere ricordata in un monumento è di cadere vittima di una strage o una sciagura di grandi dimensioni: Piazza Fontana, Piazza Loggia, Seveso, una guerra mondiale, cose così. Oltre più in forma anonima: Viale dei caduti sul lavoro. Sicuramente non vale la pena.

Non a tutti i lavoratori famosi però verrà automaticamente dedicata una via. Molte categorie portano facilmente alla fama se fatte bene, ma non alla dedica del monumento. I calciatori, ad esempio, possono incantare il proprio pubblico ogni domenica per vent’anni, ma al massimo quello che ottengono è il posto di commentatore inutile durante le partite di coppa. A volte alcuni esponenti straordinari di altre categorie riescono a emergere dalla melassa e ad ottenere qualcosa, come gli attori, gli scrittori e i giornalisti. I più fortunati di questi avranno il loro vialetto dedicato. Certo, in una zona industriale o il un quartieraccio di periferia, perché le vie del centro sono tutte prese da tempo.

Il criterio della fama dipende un po’ dalla categoria. Se io sono per esempio un condottiero, chiaramente la mia fama arriva dal numero di battaglie vinte, o dalla quantità di sangue nemico versato. Da qui si fa in fretta a capire su quanti cavalli di bronzo verrà appoggiata una copia del mio deretano.

Se sono invece uno scrittore, allora un buon indice è quello del premio Nobel alla letteratura. Siccome però lo vincono in pochi al mondo e spesso non sono neppure scrittori in senso stretto, non deve essere un parametro troppo vincolante. D’altra parte guardare solo il numero di copie vendute è molto rischioso, perché poi ci si ritrova ad avere più piazze dedicate a Moccia e a Susanna Tamaro che a Giuseppe Verdi.

Nel caso dei musicisti e dei cantanti il principale requisito è di essere morto da almeno un secolo.

Per i politici abbiamo già visto come una fedina penale intonsa sia più che sufficiente. 

Ma il problema non è solo a quale lavoratore morto dedicare una via. E’ che ci sono alcune categorie veramente misteriose di cui proprio non mi spiego da dove ne provenga la fama. Perché se un esploratore famoso è quello che ha esplorato e scoperto qualcosa di interessante, alla pari di un ricercatore medico o di un astronauta, perché un cuoco deve diventare famoso? Perché il problema è proprio questo, che “famoso” non significa “bravo”. Significa “noto”. E l’habitat naturale del cuoco è uno di quei posti bui e puzzolenti normalmente chiamati “cucine”, da cui non esce fama, ma piuttosto cibo preparato in maniera più o meno diligente. E qui accade la cosa per me più incredibile: i cuochi che stanno in televisione sono i più famosi, dove la televisione è uno strumento che lavora su due sensi, la vista e l’udito, ma non sul gusto e sull’olfatto, che a mio parere sono più importanti per capire se quello che ho nel piatto sia commestibile o velenoso. Come è possibile capire che la fama di un cuoco è meritata a tal punto da comparire costantemente in televisione, quando quello che fa è di produrre solo suoni ed immagini e non pietanze?

Prendiamo ad esempio il mio caso: anni fa, in preda ad una crisi mistica, ho deciso di dedicare le sere di tre anni della mia vita a conseguire una qualifica di cuoco in un istituto alberghiero. Il giorno in cui ho discusso la mia tesi finale avente come argomento la cucina a base di insetti, tra le condizioni non scritte per la mia uscita di scena c’era che non avrei dovuto mai più varcare la soglia di una cucina di ristorante, pena il danneggiamento del buon nome della cucina italiana nel mondo. Ecco, credo che in televisione, una volta dotato di una giacca su misura e di un cappello da cuoco abbastanza alto, farei la mia figura, anche perché ritaglierei le pietanze direttamente dal cartoncino per poi dipingerle con colori acrilici dall’aria appetitosa. Inoltre, ogni momento dedicato a costruire cibo finto in televisione, ad essere intervistato, a fare pubblicità su temi che non mi riguardano o a scrivere libri mi ruberebbe tempo prezioso, e questo finirebbe a ridurre ulteriormente il rischio di ritrovarmi un giorno, anche per sbaglio, nella cucina di un ristorante.

Se invece fossi un cuoco capace, al contrario passerei molto tempo a lavorare nella cucina di un ristorante. Probabilmente la sala sarebbe piena di persone che apprezzano il cibo che preparo senza che mi abbiano mai visto in faccia; potrei incontrarle per strada senza riconoscerle. Per ironia della sorte, è facile invece che riconoscerebbero il cameriere, i cui meriti principali sono di non sbagliare a prendere la comanda e di non versare loro la zuppa del giorno nel collo della camicia. La bravura di un cuoco è quindi strettamente legata al fatto che se ne stia nascosto in una cucina a fare il suo lavoro, perché se se ne va in giro a fare altro, viene da sé che il cibo che esce dalla cucina del suo ristorante non è passato dalla sue mani. Sembra una cosa crudele a dirsi, ma non è diverso da quello che accade per la maggior parte delle categorie del lavoro, tipo gli idraulici, i ragionieri o i secondini. Se un contabile dovesse mai diventare famoso, o è perché ha gestito un giro di prostitute di un politico erotomane, o è perché ha fatto un errore madornale nei registri che ha fatto fatto arrestare il suo capo. Un idraulico per diventare famoso al giorno d’oggi deve salvare una principessa dalle grinfie di un mostro tartaruga.

Ho compreso il mistero di questa infestazione di cuochi solo dopo aver letto questo articolo. Siamo in piena era dei cuochi. Un po’ come l’era dell’Acquario degli anni sessanta, o la più interessante età dei Quattro Giaguari degli aztechi. Con l’era dei cuochi non si parla tanto di un’umanità in armonia o di animali a tal punto affamati da mangiarsi tutto il pianeta e quindi il sole come digestivo, ma di cuochi poco armonici che escono dalle viscere delle proprie cucine per divorare lo spazio di ogni strumento di comunicazione. In realtà nessuno ha predetto l’era dei cuochi, quindi ce la siamo beccata un po’ in sordina senza essere preparati, a tal punto che molti di noi credono che sia una cosa normale. C’è da dire che probabilmente non durerà: resta solo da capire quale categoria professionale seguirà. L’era dei commercialisti, che guadagneranno enorme fama cercando di mettere a posto i conti di questi cuochi che passano così tanto tempo lontani dai loro ristoranti? Certo non dall’era dei personal trainer, visto che tutto questo cibo che cuciniamo o ordiniamo al ristorante viene solo fotografato per poi essere gettato nell’immondizia. O forse la nemesi del concetto stesso di fama: l’era delle persone che sono famose per il semplice fatto di essere famose: la fama in quanto tale.