Una cosa strana ad essere iscritti all’UAAR, almeno per chi lo è da poco come me, è che si viene coinvolti in cose un po’ strane ed inaspettate. Voglio dire: ho quarant’anni, e ho vissuto molti più anni da cattolico che da ateo, agnostico o pastafariano. In tutti quegli anni da devoto al papa non ho mai ricevuto una mail dal vescovo o da chi per lui che mi invitasse a fare un corso per diventare prete o anche solo celebrante di matrimoni e funerali cattolici. Ecco quindi il motivo della mia sorpresa quando un bel giorno l’UAAR mi manda una email per propormi di frequentare un

Corso per celebranti laici!

E che cos’è, un celebrante laico? E’ un personaggio che organizza cerimonie laiche. Affascinato vedo di informarmi un po’ meglio cliccando per esempio qui, e mi rendo conto che si opera principalmente su tre tipi di eventi, tra il fausto e l’infausto:

  1. Benvenuti
  2. Unioni
  3. Commiati

Per risparmiare tempo, è utile fare un parallelo con quello che accade normalmente in Italia ad una persona nella parentesi tra la sua nascita e la sua morte:

  1. Quando due cattolici hanno un figlio si dà per scontato che voglia esserlo anche lui, come se si trattasse di una malattia trasmissibile che opera su scelta volontaria di due untori. Un po’ lo è, in effetti: se non si facesse così non credo che avrebbe tutto questo successo. Comunque, l’ignaro infante viene rapidamente battezzato, pena l’inferno per l’innocente o peggio la maturazione di una volontà personale. Rito di nessun valore legale, ma che se non altro permette ai genitori di presentare il pargolo in famiglia e al prete di aggiungere tacitamente un altro nome al misterioso registro dei parrocchiani.
  2. Se arriva alla maggiore età che è ancora cattolico e decide di sposarsi allora viene sposato. Ovviamente dopo aver trovato un partner che sia d’accordo, tenendo però conto che tale partner non deve aver contratto lo stesso tipo di accordo con altri, a meno di non averli seppelliti tutti, e soprattutto deve essere di sesso opposto. Suona un po’ strano a dirsi, ma è più o meno così. Qui il rito ha valore legale, perché pare che la formula recitata in chiesa valga anche per lo stato italiano, ma soprattutto perché a sposi e testimoni viene fatto firmare un registro gentilmente prestato dal comune che del prete si fida abbastanza. Strano a dirsi, considerando che stiamo parlando di un adulto che ama vestirsi in modo equivoco e fare uso di alcolici per evocare misteriosi esseri trascendenti.
  3. Se quando muore il nostro cattolico è ancora tale oppure non c’è nessuno parente ad impedirlo, allora viene unto. E qui la religione dà il meglio di sé, con processioni, ostentazioni, messe e tutto il resto. La liturgia accumulata in duemila anni sul tema della morte ha tutto quello che serve per affascinare ed emozionare il pubblico, tra diavoli dell’inferno, porte del paradiso, trombe del giudizio e fantasiosi draghi stellari dalle sette teste con sopra undici corna, che vai a capire come sono sparpagliate. Credo che un funerale condotto sotto effetto di LSD non potrebbe mai essere grandioso ed evocativo come lo è il rito cattolico. Per fare un paragone impietoso i battesimi, con la chiesa semivuota e quei grotteschi involti di panni bianchi tra il sonnolento e lo scocciato, non si avvicinano ad un buon funerale neppure per sbaglio. Non parliamo poi dei funerali più suntuosi, in cui la chiesa cattolica riesce a toccare livelli assoluti.

E il problema è un po’ questo, per noi non-cattolici italiani: con il matrimonio possiamo far finta di chiamare cerimonia quello che in realtà è un misero atto pubblico in un ufficio del municipio, ma quando veniamo al mondo e poi ce ne andiamo siamo un po’ anonimi. Nel caso della morte poi c’è pure il rischio che chi eredita i diritti legali del nostro cadavere abbia le idee un po’ confuse o non ci voglia abbastanza bene da rispettare le nostre volontà, ed ecco che ci ritroviamo istantaneamente ad essere protagonisti involontari delle pagliacciate citate qui sopra, a morire da buoni cristiani dopo una vita orgogliosa da atei bestemmiatori, con tutto il paese a darci degli ipocriti senza che si abbiano più i mezzi per difenderci.

Sarà che ho due bimbi piccoli, ma per adesso sono pure focalizzato sulle questioni di chi nasce. Succede un po’ questo: alla nascita in ospedale i parenti e gli amici stretti vengono a trovare il nuovo arrivato, un po’ alla volta. Ma è pur sempre un ospedale. Il papà fa quello che può per intrattenere gli ospiti, ma non è certo al suo meglio, per quanto euforico (si spera) ed eccitato. La madre, che nell’immediato ha avuto un ruolo da protagonista decisamente più attivo a cui probabimente avrebbe rinunciato volentieri, ha validi motivi per riposarsi un poco. Forse preferirebbe stare un po’ sola col suo bambino d al massimo con sua madre, giusto per quei due consigli rassicuranti. Certo non con le zie rumorose ed invadenti che sui due fronti fanno a gara a trovare somiglianze frankensteiniane con parenti misteriosi, magari dimenticandosi che se somiglia al prozio è solo perché non ha i denti e poche ore prima si è fatto largo con la testa per un passaggio molto stretto. Finita la drammatica questione dell’ospedale la mamma ed il papà portano l’infante a casa, e non ci si vede con i parenti fino al primo compleanno. Niente festicciola ufficiale con un neonato finalmente gonfio di latte, florido e ben vestito, ed è una cosa un po’ triste.

Un giorno eravamo a trovare i bisnonni del piccolo che aveva già quasi un anno ma di battesimi non c’era traccia. Al che il bisnonno mi chiede allarmato:

Scusa, ma non lo battezzate?

Eh, no. Sa, non siamo credenti, e non ci sembra il caso.

Sì, ma sai… la festa, il ristorante!

Un po’ mi fa piacere che ad una certa età si smette di pensare alle superstizioni animiste del cristianesimo, quei miti in cui si parla di metaluoghi misteriosi e di spiriti eterni che se a parlarne è Scientology ci facciamo tutti delle grasse risate, ma quando è il cristianesimo allora diventiamo seri, ci facciamo il segno della croce e ci diciamo che non è proprio il caso di scherzare. Comunque il bisnonno aveva ragione: niente festa! Come se avessimo adottato un gatto. Anzi: sono sicuro che qualcuno la cerimonia di benvenuto al gatto la fa. Avevamo un bambino da quasi un anno, e il peso sociale a questo evento straordinario è stato pari a quello di quando abbiamo comprato l’asciugatrice.

Con i funerali va anche peggio, perché se una festa in casa ad un bambino non è così difficile da pensare, anche senza rito celebrativo, con i funerali è un po’ più difficile, per via della poco pratica gestione del caro estinto. Ovviamente i comuni italiani non sono dei più solleciti a mettere a disposizione delle sale del commiato a chi cattolico non è: o ti adatti a sopportare la vista del dio dominante che imperversa incurante in quasi tutti gli ambienti pubblici, o ti limiti a buttare il corpo in un forno o in un buco nel terreno senza tante storie. Se poi il personaggio è pubblico è anche peggio, perché sicuramente salterà fuori un prete sollecito che in cambio di un po’ di pubblicità non vedrà l’ora di mettere a dispozione tutta la baracca, tra locali, processioni, messa e coro di voci bianche, sottintendendo un mendace ravvedimento del moribondo in ultima istanza. Già non è facile vivere da non credenti in Italia, ma morire è ancora peggio.

E qui, a risolvere tutte queste fastidiose situazioni, arriva la figura del celebrante laico: un essere umano che si preoccupa di onorare i cambi di stato della nostra vita (vivo, unito, morto) con delle degne cerimonie. Cose concordate con i committenti e quindi fatte su loro precisa misura e non su quella del prete, della sua religione o di un vecchio parente che ci tiene molto, in genere lo stesso che pretende che diate il suo orribile nome al primogenito. In più, essendo che non ci sono vincoli di nessun tipo se non la propria moralità e la legge dello stato, si possono anche pensare cerimonie di altro genere. Per esempio:

  • Un’assunzione a tempo determinato
  • L’abbandono ufficiale di una religione imbarazzante mediante sbattezzo
  • Una separazione da un marito alcolizzato e violento
  • La morte naturale di un marito alcolizzato e violento per mano di un albero piantato davanti alla sua veloce automobile proprio alcune decine di anni prima dell’urto
  • La piantatura di un giovane albero sulla curva di una strada, a ricordare il sacrificio di un altro albero della stessa specie nel porre fine alla vita di un marito alcolizzato e violento
  • L’abbandono del nido di un figlio maggiorenne (da stabilire nel caso chi vuole festeggiare)
  • L’adozione di un cane
  • L’adozione di un bambino
  • L’adozione di uno stile di vita più sano

Eccetera eccetera. Insomma, non ci sono sacramenti, quindi si può celebrare tutto quello che si vuole. Al limite un problema del celebrante può essere la questione morale di dover gestire committenti un po’ discutibili, ma fortunatamente qui la religione cattolica ci viene incontro, mantenendo saldamente il monopolio sulle celebrazioni ai politici ed ai mafiosi.

La varietà dei riti laici poi è fuori discussione, perché viene da sé che non ci sono solo persone che scelgono liberamente la cerimonia laica, ma ci vanno a finire tutti i casi che non rientrano nei canoni dell’esclusivo rito cattolico. Magari da celebranti non credenti un po’ ci imbarazza di dover organizzare e celebrare un rito pagano per Belenos, dio celtico del sole, soprattutto se ci ritroviamo a doverci vestire come il druido Panoramix. Ma se va bene ai committenti e nella pozione magica non sono presenti sostanze psicotrope che non intendiamo sperimentare in pubblico, allora è più una scelta personale.

Gli omosessuali che vogliono una cerimonia di matrimonio decente non possono fare a meno di rivolgersi ad un celebrante laico. O anche alla Chiesa Valdese, a dire la verità, o ad altre religioni fondate sull’amore di dio e non sulla discriminazione. Se si vogliono sposare sulla linea 13 dell’autobus, perché è lì che si sono conosciuti, non ci sono impedimenti, se non quello di ricordarsi di vidimare il biglietto. Con il classico rito cattolico ci sono già due motivi per cui questo non è fattibile.

Ne esce chiaramente che le celebrazioni laiche sono per loro natura personali e variopinte. Il rito cattolico è certo suntuoso, ma è sempre lo stesso: stesso locale, in genere molto lussuoso, stessa cerimonia, un solo libro da cui vengono scelte le letture, un solo canzoniere da cui vengono attinte le musiche e le canzoni. Con il rito cattolico non è il celebrante che deve preparare una cerimonia come fosse un abito su misura dei committenti, ma i committenti che devono adattarsi alla forma del rito.

Ti piace Gianni Rodari e vuoi sentire un suo racconto letto da un tuo amico, con un sottofondo di musica rock?

Non si può!

Vuoi essere seppellito in un bosco?

Non si può!

Vuoi un matrimonio in spiaggia?

Non si può!

A meno certo di un cataclisma particolarmente fortunato in una località costiera.

Comunque: Non si può, non si può e non si può: facciamo prima a dire come può o deve essere la cerimonia cattolica dei propri sogni: dovrà sempre e comunque passare da un prete che con ogni probabilità non sa nemmeno chi sono i due committenti. Questo sconosciuto se avrà chiesto un incontro con gli sposi sarà più che altro per rassicurare se stesso che non abbiano la barba tutti e due o altre sorprese difficili da gestire all’ultimo momento, non certo per cononscerli meglio e preparare di conseguenza una cerimonia più adatta. I brani che leggerà o farà leggere saranno tutti tratti dal grande libro delle avventure di Gesù o dal suo imbarazzante prequel, non certo da una raccolta di poesie di Alda Merini. Inoltre saranno alternati alle canzoni del coro di vecchie o di amici dell’oratorio che cantano il loro amore incondizionato non per i due sposi, ma per un evanescente essere pandimensionale di cui si può solo ipotizzare la presenza al rito. Non ci si sente rappresentati da questa cerimonia? Allora sarà il caso di farsi un esame di coscienza, meglio se ad opera di un prete in un confessionale.

Ma in Italia tutto questo è normale, mentre farsi fare una cerimonia su misura da un professionista è una cosa ignota o stravagante che o si è costretti a fare perché non si rientra nei canoni della chiesa cattolica, o che la si evita a priori perché metterebbe in imbarazzo la nonna, che è un po’ all’antica. Poi ci si chiede perché la cosa che interessa di più alla fine di un matrimonio è il capo di abbigliamento della committente, un dettaglio a mio parere marginale come pochi in un contesto importante come l’unione di due persone. Voglio dire, è normale che siamo abituati a sentire più questa conversazione:

Curioso assente: Come è andato il matrimonio di Giuseppe e Maria?

Presente: Benissimo!

CA: E come era il vestito di Maria?

P: Stupendo: un abito lungo e bianco che difficilmente potrà riusare per andare a fare la spesa o per una camminata nei boschi, ma che metteva in giusto risalto le doti caratteriali della sposa e che ha destato l’invidia di un gran numero di amiche zitelle

di questa?

Curioso Assente: Come è andato il matrimonio di Giuseppe e Maria?

Presente: Benissimo!

CA: E che lettura ha scelto il celebrante cattolico per descrivere al meglio i due sposi, giudato dalla sua particolare sensibilità e dalla conoscenza della coppia?

P: quella in cui Gesù dà fuori di matto e scaccia i mercanti dal tempio: un grande classico che non manca mai di commuovere ed emozionare e che ben si adatta ai due innamorati ed al loro appassionato rapporto di coppia

Io dico che la nonna semplicemente non sa che si può fare qualcosa di diverso e che potrebbe apprezzarlo in modo particolare dopo uno sproposito di funerali e matrimoni in chiesa fatti con lo stampino. Io di sbadigliare in chiesa ho smesso già da un pezzo, e preferisco visitare i bar della piazza durante la cerimonia: ci si diverte molto di più, ci si può alzare e sedere tutte le volte che se ne ha voglia, si può parlare tutti insieme e non bisogna aspettare mezz’ora per avere qualcosa da mangiare. Dimenticavo di dire che non sono mai solo. In Italia si parla spesso delle percentuali geografiche di matrimoni in chiesa ed in municipio. Dovrebbero anche parlare della percentuale sempre crescente di persone che trascorre il tempo del matrimonio bevendo un pirlo al bar.

Forse è ora che le cerimonie stravaganti diventino quelle cattoliche, e che sia considerato normale nascere, unirsi e morire nel modo che vogliamo noi. Riprendiamoci le nostre celebrazioni, chiamiamo un celebrante laico!

O pastafariano, certo.

Non me, non sono ancora pronto. Ho finito il corso, ma devo ancora fare l’esame.