La cosa particolare di questo periodo di transizione dell’esistenza umana è che capita ancora di incontrare fisicamente altre persone come si faceva una volta, e la cosa ci pone di fronte a problemi tutti particolari a cui non siamo più abituati. In questa epoca si parla sempre più di telelavoro, della necessità di avere una connessione ad Internet smodatamente veloce e di quanto sia importante che ci sia qualcuno che ci porta la spesa e tutto quello che ci serve direttamente in casa. Oltre a questo le dimensioni degli schermi dei nostri televisori stanno rasentando quelle della parete del nostro salotto e le proposte di intrattenimento che ci troviamo dentro sono talmente ampie ed interessanti che presto per stare al passo sarà necessario guardare più trasmissioni contemporaneamente, come previsto nel documentario futuristico Ritorno al futuro 2. Aggiungendoci però la complicazione di dover gestire nel frattempo le nostre identità sociali sul telefono. Con tutti questi costanti impegni domestici a cui siamo sottoposti risulta chiaro quanto diventi sempre più stravagante e vetusta la necessità di lavare il nostro corpo e di mettergli addosso degli abiti più puliti ma meno comodi per abbandonare casa ed incontrare altri esponenti della razza umana.

Ma a volte accade questo: ci si ritrova per festeggiare da qualche parte un evento interessante, per esempio la fine del primo anno di un corso di giardinaggio zen o di omofobia. Ci si conosce poco se non per l’unica passione comune, quella a cui è intitolato il corso appena finito, e se si è presenti alla festa è perché ci si è trovati bene al corso e si vuole conoscere meglio i compagni. Con ogni probabilità, sull’onda dell’eccitazione del momento, molti dei presenti non troveranno sufficiente essere in un posto insieme a delle persone, aspiranti amici, e pretenderanno un coinvolgimento maggiore. Ma questa esigenza non si tradurrà con la proposta di un’altra serata insieme o, che so, di fondare una squadra permanente di omofobi o di filosofi giardinieri, quanto con la pretesa che anche le loro identità virtuali si incontrino e facciano amicizia. Strategia che rientra nell’idea del paragrafo precedente: che senso ha costringermi ad uscire per incontrarti, quando posso gestire la tua amicizia direttamente dal divano di casa mia, mentre realizzo la mia esistenza nel modo che mi è più congeniale?

A volte fare amicizia in un social network è un processo abbastanza semplice. Poniamo che tutti facciano già uso con fierezza e disinvoltura di un certo tipo di vita irreale. Significa quindi che basta avanzare una stretta di mano virtuale ed il gioco è fatto: anche le versioni alternative di noi stessi potranno definirsi amiche e frequentarsi nell’ambiente sociale scelto. Così è perfetto: praticamente si è reso superfluo il faticoso atto di pulire, vestire e spostare nuovamente il proprio corpo per incontrare quello degli altri; d’ora in poi ogni incontro avverrà direttamente nel nostro social network preferito, dove appariamo sempre con un aspetto decoroso o, al limite, con la foto del nostro gatto, mentre il nostro corpo rimane nella stanza preferita di casa nostra, con indosso i suoi abiti più comodi e pure emettendo tutti gli odori ed i rumori che preferiamo senza infastidire nessuno. A parte il gatto, certo.

Può succedere però anche una cosa strana, ovvero che nel gruppo di nuovi amici ce ne sia uno che non è presente in quell’ambiente virtuale. Magari per sua incapacità tecnologica, e qui pazienza, ma anche per una scelta ottusa di starne deliberatamente fuori, in una incomprensibile volontà di autolesionismo sociale. Una scoperta del genere causa da principio un certo sgomento misto ad eccitazione. Tali sentimenti prendono forma propria in un personaggio opposto al primo, ovvero l’entusiasta, che vede l’evento come l’opportunità per una crociata religiosa:

Ma come non sei su Friendface? Devi iscriverti, così potrai vedere i filmati del mio cane al mare!

Poi purtroppo emerge un fatto scottante: l’eremita non è un troglodita riemerso per errore dalle pieghe dello spaziotempo, ma su Friendface c’è anche stato e ha deciso di uscirne per una serie di motivi che elenca garbatamente, e che possiamo riassumere brevemente in due punti:

  1. Friendface è solo uno sconfinato contenitore di immondizia che in nessun modo potrà mai migliorare la sua vita reale. Per essere più precisi, il nostro paria del social network dichiara che si è pure vergognato di fare parte di una tale mandria di patetici e presuntuosi onanisti anche solo per poco tempo
  2. I filmati di cani non lo interessano, in particolar modo quelli di quel cane lì

A questo punto, l’entusiasta dell’irreale si rende conto di essere stato umiliato: lui di tutti questi contenuti che sono appena stati definiti come spazzatura si ciba con grande avidità ogni giorno, come un moderno saprofita digitale; in più ne ha appena decantato le lodi ad una persona che oltre a non essere interessata gli fa anche capire che se l’altro ha un minimo di intelligenza ed amor proprio non dovrebbero interessare nemmeno a lui. Ma in questi casi con le vite irreali accade una cosa un po’ strana: queste vanno a gonfie vele finché ci siamo dentro tutti, e certi aspetti come il numero di amici o di faccine che vanno e vengono dalla nostra pagina sono oggetto di vanto e di pregio: un misuratore del nostro successo che purtroppo non valgono poi così tanto in quei brevi momenti in cui non stiamo fissando uno schermo. Ma basta che uno ci faccia notare quanto siamo squallidi ad usare un social network anche solo a guardare gli orari dell’autobus, che subito sprofondiamo nella vergogna più nera.

Cosa fa il nostro ambasciatore della socialità virtuale appena sconfessato? Ovviamente cerca di prendere le distanze da quella cosa che fino ad un attimo prima sembrava rappresentare il senso della sua intera esistenza. Ecco che parte con la sua personale Caporetto: ci dice che anche lui sa che lì dentro ci siano molti ignoranti che mettono in piazza la propria vita senza criterio, nei modi più imbarazzanti e vergognosi, ma ovviamente lui no, per carità! Anzi: lui ci passa poco tempo, pochissimo! Certo, abbiamo visto tutti che nella prima ora della serata l’unico momento in cui ha alzato il naso dal telefono è stato per chiedere dove fosse una presa per caricare il telefono, ma era un caso più che particolare. Anzi: stava proprio cercando di redimere un caro amico con gravi problemi di dipendenza da social network, convincendolo ad entrare nel suo gruppo virtuale di autoaiuto “basta gruppi irreali, tornate alla vita reale!”. Perché, ci ricorda più volte, lui non dà mai l’amicizia a nessuno che non sia suo amico reale, e anzi: non scrive mai messaggi a nessuno che non sia pure presente in quel momento nella stessa stanza. E noi che pensavamo di avere a che fare col più classico degli utonti da social network! Ed invece non ci rendevamo conto di stare allo stesso tavolo con la Madre Teresa di Friendface.

Ecco, finisce sempre così: dall’entusiasmo per lo strumento a una presa di distanze frettolosa e disordinata. Qui la mia delusione: non ho ancora avuto il piacere di incontrare l’utente medio da social network, lo sgrammaticato e disinvolto diffusore di immondizia propria ed altrui. Peccato davvero.

Alla luce di questo breve episodio successo davvero in diversi luoghi e momenti della recente storia umana, ho deciso di documentarmi e stilare un elenco di regole sui social network. L’ho intitolato

Istruzioni d’uso dei social network per legionari imbecilli

in onore di un personaggio che non si può dire essere un trombone antipatico perché è morto e nella nostra cultura sta male parlare male dei morti. Se non altro, come vedremo, su qualcosa ci ha preso.

Se interessa a noi allora interessa per forza a tutti, e pubblicarlo farà di me una persona interessante

A volte anche a noi accadono cose. Magari non sono della stessa entità delle cose che accadono a Putin o a chi fa il corrispondente dalla Siria, ma anche solo per il fatto che le percepiamo in prima persona con i nostri sensi ci sembrano importantissime. E se interessano a noi ci viene naturale pensare che debbano per forza interessare a tutti, e che quindi:

    1. tutto il mondo deve saperlo prima possibile
    2. condividere questo tipo di informazione ci renderà automaticamente delle persone più felici, invidiate e popolari

Pubblicare cose per noi interessanti ci fa un po’ sentire a nostra volta interessanti, magari solo perché ci sono dei nostri pari che generosamente riempiono la nostra pagina di faccine e disegnini ad ogni nostra pubblicazione, in cambio ovviamente di un comportamento analogo da parte nostra. Sui social network cerchiamo di nobilitare la nostra esistenza non in modo diretto come avrebbe fatto ad esempio Giovanna d’Arco, Giulio Cesare o anche solo il nostro bisnonno, ovvero cercando di fare cose interessanti nella vita reale. Noi preferiamo impiegare lo stesso tempo della nostra vita solo a sforzarci di dare questa impressione con i miseri strumenti di un ambiente che è tutto meno che impressionante. L’unica cosa impressionante è che una persona intenta a giocare con un telefono possa credersi davvero tale agli occhi dell’umanità.

Se vogliamo davvero dare buona impressione di noi ai nostri amici virtuali potremmo spegnere il telefono, abbandonare il divano, metterci un paio di scarpe senza tacco ed uscire di casa. Quindi fare il giro del mondo a piedi e tornare al punto di partenza. Una volta ritornati incontreremo qualche conoscente del nostro paese che sarà felicemente sorpreso di vederci e che dirà di essere stato preoccupato di non aver visto le nostre faccine comparire da un po’ di tempo in nessun social network. Magari si lamenterà pure che non abbiamo dato la nostra approvazione alle migliaia di foto di cibo cucinato che ci ha condiviso nel frattempo, dimostrando scarsa empatia nei suoi confronti. Noi gli diremo che abbiamo fatto il giro del mondo a piedi, e che durante questo viaggio abbiamo conosciuto molte persone di gran lunga più peculiari di lui e della sua pornografia alimentare. Ecco, questo comportamento sarebbe veramente particolare e contribuirebbe davvero a produrre un interesse più autentico intorno all nostra persona.

Questa è la mia vita

Ci piace condividere fatti personali, sempre per il principio che sono cose che interessano a noi. Tra queste cose le foto personali, in particolar modo di quelle dei nostri figli minorenni, semplicemente perché sono i bambini più belli ed intelligenti del mondo ed è ingiusto privare il mondo della possibilità di venerarli. Tutto questo anche per dare loro la possibilità di guadagnare qualcosa facendoci causa una volta maggiorenni. Le stesse foto se possibile vanno condivise anche con indicazioni testuali o tag geografici, di modo da aiutare alcune categorie sociali interessate come truffatori, pedofili, molestatori e pervertiti vari a rintracciarci.

Oltre alle foto dei bambini vanno anche condivise informazioni private come l’indirizzo e le foto interne ed esterne di casa nostra, insieme al periodo in cui andiamo in vacanza. Questo per aiutare il più possibile gli iscritti al gruppo dei ladri d’appartamento a liberarci gratuitamente dell’ingombro di tutti quegli oggetti di casa che non portiamo con noi in vacanza perché non ci servono più.

Anche se ci assentiamo per poco tempo, dobbiamo comunque indicare sempre luogo e motivazione di modo da fornire più informazioni di qualità possibili ad ogni professionista che volesse confezionarci una truffa su misura. Tipo:

Vado all’ospedale San Barabba a trovare il mio bisnonno che si è rotto l’anca giocando a pallavolo. Per chi volesse venirci a trovare, siamo nella stanza 1. Non portate in dono dolcetti con arachidi perché è allergico, nel dubbio una bottiglia di grappa va sempre bene.

La sicurezza innanzi tutto!

Siccome amiamo la nostra vita, vogliamo che ogni ricordo legato ad essa sia sempre con noi, in modo particolare nella password che scegliamo per ogni sito Internet. Abbiamo quindi il nome del cane, del gatto, o il soprannome nostro o del partner conosciuti da metà del paese. Oppure di una sola password complicatissima, ma condivisa non tanto con gli amici del paese, ma con ogni sito a cui ci siamo iscritti, da quelli che sono stati bucati a nostra insaputa a quelli dove siamo soliti fare acquisti.

Certo, avere delle banche che costringono a cambiare la password con una frequenza maggiore di quella con cui usiamo i loro servizi può essere un po’ snervante, ma purtroppo la pigrizia costa cara. Quindi leggetevi un po’ di istruzioni su come creare una password sicura e fatevi dei sistemi mnemonici per ricordare le varie password.

Poi andate qui e vedete se qualche delinquente si è già impossessato di alcuni vostri dati personali, e nel caso agite di conseguenza.

In ogni caso, siamo passati negli ultimi anni dai computer, brutti strumenti ingombranti e pieni di cavi e polvere per sfigati smanettoni, agli smartphone, molto più belli e piacevoli da usare, e soprattutto oggetti di pubblico pregio. Il fatto che abbiano dei bei colori e che siano semplici e alla moda non vuol dire che siano più sicuri. Così come il fatto che per collegarmi ad Internet non devo più prima far partire un modem lento e rumoroso non vuol dire che non corro dei rischi. Non è così: Internet è pericoloso proprio per il fatto che è un ambiente enorme, sovranazionale, sostanzialmente senza leggi, con una risorsa infinita di gonzi e di ignoranti e di conseguenza di ogni tipo di approfittatori, truffatori e delinquenti senza volto, che però a differenza dei primi hanno giusto un po’ di cognizioni tecniche necessarie a campare a loro spese. Se non fate parte di queste ultime categorie allora è molto probabile che facciate parte della loro riserva di caccia.

Ipse dixit!

Una delle discipline sempre in voga sui social network è la pubblicazione di frasi attribuite a persone reali che sono note al mondo per essere migliori di noi. Come a sottintendere che ci sono state dette in segreto dall’interessato in punto di morte e che noi abbiamo deciso di privarci della loro esclusività per farne dono all’umanità, e che non siano il semplice frutto di un volgare copiaincolla dal noto sito www.citazionicomesepiovesse.it .

Queste citazioni a caso sono tristi, anche se chi le ha detto era una persona mirabile. Magari sentiamo il bisogno di citare qualcun altro perché siamo totalmente incapaci di produrre contenuti originali ma dobbiamo comunque far vedere ai nostri amici che siamo ancora vivi, almeno dal punto di vista biologico. O magari l’intento è quello di dare al nostro alter ego irreale un’immagine migliore, che lo aiuti ad apparire un po’ più simile all’autore della frase che non a quella persona un po’ triste e anonima che siamo in realtà. Giusto per capirci, se mai Martin Luther King, Oscar Wilde o Gandhi avessero avuto la possibilità e la voglia di iscriversi ad un social network, sono certo che mai e poi mai avrebbero pubblicato una nostra facezia sulla propria pagina personale. Io per esempio ho provato a mettere sul mio profilo WhatsApp una frase di Donald Trump, ma ancora non ha ricambiato la mia cortesia.

Fatela girare!

Alcune notizie che girano in rete ci suscitano emozioni talmente forti da non poter evitare di farle girare a nostra volta. Il fatto che queste notizie non siano state verificate né da noi né da chi ce le ha proposte diventa quasi trascurabile, rispetto alla loro importanza. D’altra parte non possiamo astenerci dal farle rimbalzare senza controllo, perché non sia mai che qualcuno pensi che siamo insensibili a quell’argomento.

In più c’è la nostra convinzione che sia sufficiente far circolare una notizia un po’ strana per rendere il mondo, e quindi noi, leggermente migliori. Purtroppo è vero il contrario: a far girare notizie false non facciamo altro che continuare a generare immondizia digitale. Questo non ci rende migliori di quegli squallidi mentecatti che inventano queste informazioni o che travisano volontariamente dei fatti insignificanti per renderli interessanti a milioni di socialgonzi. A volte ci rende pure complici dell’omicidio di innocenti. La differenza grossa tra noi e loro è che chi le inventa si arricchisce grazie agli sprovveduti che visitano la loro pagina ed il loro sito, mentre noi svendiamo la nostra dignità.

Le opinioni forti di chi combatte dal proprio divano

Poi ci sono tutte quelle cose fondamentali come rallegrarsi, indignarsi, intristirsi, arrabbiarsi o stupirsi per l’uno o l’altro evento rilevante successo da qualche parte nel mondo, per poi comunicare la nostra opinione a tutti quelli che non aspettavano altro, facendo uso di frasi sgrammaticate o disegnini. Lo scopo di tutto questo è quello di dare agli altri la nostra immagine di persona positiva, vitale e impegnata, anche quando il nostro corpo si sta lentamente decomponendo sul divano di casa e non è a Bruxelles a manifestare per i diritti dell’umanità, come verrebbe da pensare a chi legge le nostre sentenze.

Dover dimostrare a tutti che ci stiamo divertendo

Giusto per capirci: mentre scriviamo ai nostri amici che siamo in vacanza e ci stiamo divertendo tantissimo, in realtà quello che comunichiamo è che abbiamo pagato qualcuno perché portasse il nostro telefono ed il nostro corpo in un posto sufficientemente lontano da apparire esotico ed invidiabile, affinché noi potessimo usare il primo per fare una foto del secondo in primo piano con il posto esotico ed invidiabile sullo sfondo. Quindi finalmente poter usare di nuovo il telefono per dare agli altri la prova visuale che ci stiamo divertendo tantissimo grazie al fatto di trovarci in un posto esotico ed invidiabile. Purtroppo però le persone che davvero si stanno divertendo tantissimo pensano a tutto meno che a smettere di divertirsi per prendere in mano il telefono: quello lo si può benissimo fare da casa mentre ci si annoia a morte. C’è pure meno rischio che un cameriere distratto o esasperato ci rovesci un daiquiri sul telefono, mettendoci in quella sciagurata situazione di doverci divertire per forza e di non poterlo comunicare a nessuno.

Una volta, prima dell’invenzione dello smartphone con tutto quello che ci viene dietro, c’era quell’abitudine tutta particolare di fare le foto, portarle dal fotografo a farle sviluppare per ottenere delle diapositive, quindi invitare quei pochi amici senza scuse che ci erano rimasti per vederle insieme a noi a casa nostra con i commenti del fotografo di sottofondo. Ecco, ho dei vaghi ricordi di queste esperienze, ma certo emozioni come divertimento ed eccitazione erano sconosciute. Oggi veicoliamo queste foto una alla volta attraverso Internet invece che condensarle in una unica, soporifera serata. Ma questo non è che renda le foto migliori. Diciamo che invece di essere gestite in una colossale battaglia campale all’ultimo sbadiglio abbiamo una continuo fuoco da trincea, a cui dobbiamo cercare di difenderci rispondendo a nostra volta con nostre fotografie di copertura.

Gratis!

Niente ci viene regalato, nemmeno nell’Internet. Altrimenti noi saremmo ricchi e non Zuckerberg. Come diceva Paperon De Paperoni, che ormai non compare più in classifica scalzato da questi secchioni dell’informatica:

I ricchi non sono mai generosi, altrimenti non sarebbero ricchi

Quindi che ogni volta che ci troviamo ad usufruire di un servizio gratuito, significa che il prodotto in vendita siamo noi. Più lo usiamo, più arricchiamo chi vende pezzi della nostra identità ad altri.

Nemmeno la nostra reputazione dovrebbe essere gratis, ma se ne facciamo un uso molto disinvolto significa che siamo i primi a noi a non avercela a cuore.

Uso Internet, quindi so tutto!

L’utente di Internet ha potenziale accesso a tutta l’informazione del mondo in un secondo, ma questo non significa che tutta questa informazione possa stare nella nostra testa. Questo perché è passato troppo poco tempo da quando siamo scesi dalle piante a quando ci hanno fatto capire dell’importanza di avere sempre un telefono in mano, e la potenza delle banche dati dei nostri cervelli non ha ancora fatto a tempo ad aggiornarsi. Se poi l’evoluzione naturale non è tanto migliorativa, ma si limita a portare avanti i geni di chi ha più successo nella riproduzione, allora di sicuro la prossima generazione non sarà migliore della nostra.

Se pensiamo che per essere più informati sia necessario seguire tutto quello che accade in tutti i social network, alla fine il tempo dedicato ad ogni argomento sarà talmente poco che riusciremo a leggere a malapena il titolo di ogni articolo, sempre che non si tratti di titoli irresistibili di grande interesse scientifico o letterario che suonano più o meno come

Non crederai ai tuoi occhi quando scoprirai cosa è successo in un certo posto alla tal persona di nessuna particolare qualità ma comunque famosa

a cui siamo per forza costretti all’approfondimento.

Ecco, è veramente difficile che questi articoli mantengano le promesse del titolo, così come è ancora più difficile che la loro lettura ci renda delle persone migliori o più felici. Magari era meglio passare lo stesso tempo a leggere alcuni di quegli articoli che abbiamo condiviso senza averli nemmeno letti, e che forse sotto un titolo tranquillizzante contenevano all’interno un auspicio per un pronto ritorno al potere dei partiti nazionalsocialisti, o la depenalizzazione dei reati di pedofilia. Tutto questo non è solo per essere noiosi o pedanti, ma per cercare di contraddire Umberto Eco quando diceva che noi utenti dei social network siamo solo degli imbecilli da bar, con la differenza che invece di infastidire solo pochi avventori diamo sfoggio della nostra imbecillità su scala mondiale. Ecco, la notizia non è recente, visto che per parlare doveva essere necessariamente ancora vivo. Magari l’abbiamo pure condivisa con i nostri amici virtuali, come a dimostrare che siamo d’accordo e che prendiamo le distanze dagli altri, i veri legionari imbecilli di Internet. Quando pensiamo questo però non teniamo conto di una cosa: nessuno si sente di appartenere alla legione degli imbecilli, quindi:

  • o siamo tutti individui illuminati che fanno un uso accorto e brillante dello strumento, il professore si è sbagliato e la laurea honoris causa gli andrebbe revocata post mortem per darla a noi in considerazione di tutti i mirabili contributi letterari sulla nostra pagina
  • oppure di questa legione facciamo pienamente parte, e magari siamo pure quelli che sorreggono il vessillo

Certo, se siete arrivati a leggere questo articolo fino a qui si sappia che questa è la parola numero duemilaseicentonovantadue, e che se avete dedicato tutto questo tempo a leggere un solo articolo e per giunta scritto da un umile esponente della legione degli imbecilli, forse non siamo poi delle persone tanto superficiali. Vallo a spiegare ad un professore morto.

Rimane il problema che se proprio non siete le persone più ricche di tempo del mondo, allora il tempo da dedicare alla lettura diventa poco. Se vogliamo evitare di sembrare degli imbecilli totali e risparmiare un po’ di tempo prezioso le cose che si possono fare sono queste:

  1. evitare gli articoli che contengono espressioni come “notizia shock”, “non crederete ai vostri occhi” e “le 42 foto di qualcosa talmente irresistibili che hanno fatto impazzire l’Internet”. Vi rimarrà l’eterna curiosità, ma ce la si può fare, ho provato.
  2. togliere l’adesione a tutte le pagine ed i siti che producono il genere di notizie di cui sopra
  3. se anche così questo genere di notizie continua a saltare fuori, a questo punto la fonte sono per forza alcuni dei vostri contatti. Allora è il caso di privarsi della loro dannosa amicizia e forse finalmente riuscite a chiudere completamente quei rubinetti escementizi che inondano di liquami la vostra vita

A rischio di sembrare un odioso eremita io ho fatto tutto questo, in un modo anche più drastico: ho abbandonato ogni forma di alter ego sociale al proprio destino. La conseguenza strana di questo è che a volte nei momenti di noia guardo il telefono, e mi accorgo che non ho nessuna azione urgente da portare a termine: nessuna notifica mi viene notificata, nessuno mi invita a compiere azioni virtuali di alcun tipo, siano questa la lettura, il commento o l’esplicito apprezzamento di qualsivoglia tipo di produzione letteraria digitale. Mi ritrovo nell’imbarazzante situazione di fissare l’orologio del mio telefono, come se il treno dell’informazoine sociale è partito senza di me. A volte mi è pure capitato di non essere invitato ad una festa di compleanno perché organizzata direttamente sul socialcoso di turno, ma pazienza: ho calcolato che a parte i soldi del regalo che non ho speso, nel giro di pochi anni di astinenza social ho risparmiato migliaia di ore di tempo: più o meno quelle che ci sto mettendo a scrivere questo articolo.

Il potete di una condivisione

Tutto quello che scriviamo in un social network, a prescindere che possa davvero interessare a qualcuno, è per sua natura una condivisione ed è il caso di capirne bene la portata. Ovvero: quando scrivo l’indirizzo di casa mia e l’orario della festa di compleanno del mio gatto, che rischio c’è che un evento tra amici intimi si trasformi nella Woodstock del nuovo millennio?

Se lo strumento è poco chiaro oppure siamo noi che siamo troppo pigri anche solo per chiederci cosa stiamo facendo, allora è proprio il caso che proviamo un esperimento. Dobbiamo fare così:

  1. Ci mettiamo davanti ad un computer acceso e collegato ad Internet.
  2. Apriamo un programma di navigazione (Firefox, Chrome, Opera, Explorer, una di quelle cose lì).
  3. Attiviamo la modalità incognito. Se non sappiamo come si fa, allora prima andiamo su Google e scriviamo il nome del programma che stiamo usando seguito dalla magiche parole “modalità incognito”, avendo la premura di evitare i risultati di un certo Salvatore A., che della legione degli imbecilli è il generale ad honorem per meriti acquisiti sul campo. Quindi seguiamo le istruzioni.
  4. A questo punto siamo pronti al secondo passo, ovvero quello di scrivere nella barra superiore il nome del nostro social network preferito, seguito dalla parola magica .com , che serve ad evitare di far sapere ogni volta a Google dove stiamo andando. E’ il social network blu e bianco, giusto? Bene, è quello di cui ho preparato un utente finto, anche se non si potrebbe. Essendo che siamo entrati in modalità incognita il nostro fedelissimo sito sociale non ci riconosce, e ci chiede l’utente e la password. Resistiamo per una volta alla tentazione di mettere il nostro vero indirizzo email, ma usiamo questo che ho creato apposta per l’occasione:

    legionario.imbecille chiocciola gmail.com

    L’ho scritto così per evitare che ci clicchiate sopra per sbaglio, aprendo il programma di posta e mandandolo in confusione. Fate conto di mettere il simbolino @ tra legionario.imbecille e gmail.com . Password:

    umbertoecopensaperte

  5. Ecco: siamo entrati come dei perfetti sconosciuti. Non siamo amici di noi stessi, ma nemmeno amici degli amici. Con il nostro utente solito abbiamo lo stesso grado di relazione di qualunque altro utente del network. A questo punto possiamo cercare il nostro vero utente. Sappiamo bene come fare. Trovato? Bene. Quello che vediamo è tutta l’informazione che noi stiamo regalando al mondo intero.

A questo punto possiamo analizzare quello che vediamo.

  • Ci sono foto nostre? Ed indossiamo in tutte un vestito elegante, o ce ne sono alcune in cui stiamo girando per casa in mutante e ciabatte, oppure in cui siamo in spiaggia e stiamo facendo vedere più pelle di quella che mostreremmo ad un colloquio di lavoro? Ci sono ancora le nostre foto dell’università, in cui stranamente non siamo chini sui libri, ma ci stiamo cimentando in imprese memorabili ma meno pertinenti allo studio, tipo abbracciare la tazza di un water o molestare sessualmente una statua? Ecco, durante il nostro prossimo colloquio di assunzione queste foto peseranno più di tutti i tratti caratteriali e degli hobby mirabolanti che abbiamo inventato nel curriculum per fare colpo.
  • Ci sono foto dei nostri bellissimi bambini? Allora è possibile che possiamo anche trovarle legalmente in vendita sulle tazze di Koppie Koppie, e che come possiamo comprarle noi, così può farlo legalmente chiunque altro al mondo che trovi carini i nostri bambini e che voglia vederli tutte le mattine mentre fa colazione.
  • A che tipo di pagine siamo iscritti, così per sapere? Tutte cose di alta levatura morale, o tre quarti di queste sono solo dei collettori di facezie del tipo di cui non ci vanteremmo mai durante una cena dai suoceri?
  • Che tipo di contenuti avete regalato all’umanità? Leggendole così, dall’utente sconosciuto, vi sembra che il mondo sia leggermente migliorato dal momento che avete deciso di condividere quel po’ di conoscenza, o casomai non avete fatto altro che generare nuova confusione in un ambiente che non è certo dei più puliti?
  • Quante volte avete pubblicato informazioni personali che possono essere usate contro di voi da qualcuno che vostro amico non è? E’ sufficiente far capire dove si abita e quando siamo in vacanza, per aiutare un ladro a svuotarci la casa con un certo agio. Se poi in quell’enorme numero di nostri amici ce ne sono giusto alcuni che così amici non sono, allora le cose diventano ancora più facili.

Ecco, così via. Stiamo forse dando un po’ troppe informazioni su di noi al perfetto sconosciuto che siamo in questo momento? Se ci piace quello che vediamo significa che o siamo stati bravi, o siamo esibizionisti o facciamo parte di quei fortunati personaggi pubblici che campano della sottile arte di apparire.

Se poi resistete alla tentazine di far fare amicizia tra il legionario imbecille ed il vostro utente principale è meglio, così evitate che tutti i successivi lettori di questo articolo si facciano davvero gli affari vostri. E a questo punto, anche se siete stati diligenti avete letto fino in fondo tutto questo lunghissimo articolo, significa che davvero non avere capito niente, e siete a pieno titolo dei legionari imbecilli patentati. Scrivete il vostro indirizzo di casa nei commenti insieme al vostro numero di carta di credito, e sarà mia premura mandarvi a casa l’attestato. Sto preparando anche la versione digitale, per quelli di voi che volessero vantarsene online.

Se siete sopravvissuti anche a questo, chiudo con una considerazione parafrasata dal mondo automibilistico, secondo cui

Il 90% dei guidatori si considera un guidatore sopra la media

Magari non tutti siamo forti in matematica, ma spero che l’esempio sia chiaro: sono molto poche le persone che hanno l’umiltà di ammettere di essere scarsi guidatori. Rimane un bel gruppo di individui che alla mediocrità coniugano una certa dose di arroganza che li fa credere di essere degli Ayrton Senna mancati o altro. Ecco, nel mondo del digitale è lo stesso: se dedicate più tempo a scegliere il colore della cover del vostro nuovo telefono che ad impostarne i parametri di sicurezza, qualche dubbio in proposito dovrebbe venirvi.